Quei ragazzini senza ribellione

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Scendo a comprare le sigarette e trovo un gruppetto di ragazzini appollaiato sulle panchine dei “cari bei vecchi tempi”. Quelli di quando eri liceale e a parte i commenti in nota alle versioni di Seneca te ne fottevi dei commenti di tutti. Io mi ricordo quei sabati pomeriggio passati su quelle panchine. Si stava sopra le selle dei motorini a cercare di catturare lo sguardo del ragazzo che ti piaceva. Poi scoprivi che era uno stronzo e così diventavi più stronza di lui. Questo ha prodotto con l’andare degli anni un moltiplicarsi di stronzi e stronze.

 

Ma ai miei tempi si avevano sogni, progetti. Negli occhi c’era la vita e l’arroganza di chi non si piegava. C’erano i desideri. C’era la consapevolezza che gli anni più belli, quelli dei trenta per intenderci, dovevano ancora arrivare. Era come una sorta di preparazione a quel “il meglio deve ancora venire”. Mi ricordo di quei sabati dove si fumava il più possibile perché poi quando tornavi a casa non potevi farlo. Si fumava qualche sigaretta. Qualche altra. E con il fumo che ti inaspriva gli occhi si parlava del mondo che non andava. Un po’ come adesso quando con gli amici passi le notti a parlare del mondo che non va. Solo che a 13 anni lo facevi di pomeriggio. A 30 lo fai di notte perché nemmeno di sera hai tempo.


Ai miei tempi si parlava delle grandi rivoluzioni, degli scioperi, delle scappatelle fuori porta. Si parlava di come fare per non soggiogare al potere, convinti che solo la ribellione ci potesse salvare. 
Adesso i ragazzini stanno sui motorini. A volte sono stronzi, a volte tappetini. Le ragazze sono diventate stronze solo con quelle del loro stesso sesso e il gusto delle conquista non c’è più. Tutto controllabile. Tutto in tempo reale. Tutto scandito tra una spunta blu di whatsapp e un ultimo accesso. Non come quando c’era il gusto dell’attesa. Dove quando mandavi un messaggio e rimanevi col dubbio se a quella persona fosse arrivato o no. Dove aspettavi che il telefono si illuminasse. E quel dubbio diventava un tarlo. Un tarlo fecondo. Perché il dubbio tiene vivi, attenti, vispi, concreti. Non ammette distrazioni. Ora invece la troppa sicurezza ha fatto rincoglionire. Tutta abitudine. Tutto troppo facile, tutto veloce. Anche il fumare è diventato un gesto abitudinario. A 16 anni i ragazzini fumano già per vizio e non per assaporarne il gusto di farlo, in ogni singolo tiro, in ogni singola sigaretta. Perché questo è fumare. Sentirne il gusto anche dopo quindici anni. Un po’ come fare l’Amore.

Adesso non si parla più di grandi rivoluzioni, di grandi sogni, di progetti, di scappatelle e di fughe sui motorini quando il giorno sta per cominciare.
Adesso non si parla proprio. Si guarda il telefonino, piegati con la testa bassa, senza rendersi conto che il mondo attorno gira, ma non va. Quella stessa testa bassa che non prolifera ribellione e non genera rivoluzione.

 

#sbetti

 

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Pubblicato da

Sbett

Journalist, reporter

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